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BENVENUTO LETTORE !

Caro lettore, se sei un emigrato e che hai lasciato l'Italia o il Molise o ancora se sei discendente d'emigrati, questo sito é stato fatto per te, benché sia utilissimo per tutti gl'Italiani e tutti i Molisani rimasti in patria.

Dopo che l'avrai percorso ne farai il tuo sito preferito.  Infatti il contenuto del sito ti servirà per ricollegarti con la patria o la tua regione, il Molise.

Forse conosci poco il paese che hai lasciato. 
Ebbene quí imparerai a conoscerlo e ad amarlo. T'auguro, dunque, un profittevole e piacevole viaggio su Amicomol (L'Amico Molisano) .

 
MADRE PATRIA E CULTURA


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L'Italianità spiegata dalla scienza
 
Cari Italians, data l'attrazione sconfinata degli italiani per la cronaca spicciola, gli scandali e il malaffare, è sfuggita ai più la scoperta scientifica più interessante e portentosa per la nostra collettività nazionale. Gli studiosi hanno, finalmente, scoperto la formula dell'italianità.
C'è da credere che una tale scoperta marcherà questo secolo di vita nazionale, tanto più che, nel corso dei secoli, in molti si erano cimentati nell'impresa: Gucciardini, Machiavelli, Leopardi, Manzoni, Byron, Forster, Barzini e, più di recente, Longanesi, Flaiano, e anche il nostro Beppe Severgnini. Questi sforzi hanno prodotto brillanti analisi e alcune memorabili battute. Ma nessuno aveva fornito una sintesi scientifica di quella peculiare mescolanza di genialità e di pressappochismo che sta all'Italia come l'atomo alla materia.
Il Santo Graal della cialtronaggine volta a volta infantile, sfacciata, ingenua o creativa, si chiama «LL-Dominance», in italiano «Dominio della qualità scadente nei rapporti sociali». Dobbiamo la scoperta a due connazionali che, essendo studiosi a dominante alta, non a caso lavorano all'estero. Si chiamano Diego Gambetta e Gloria Origgi. La loro scoperta è stata pubblicata dall'Università di Oxford in un saggio che dà risposta ad alcuni tra i più oscuri misteri del Paese: perché adulterare l'olio d'oliva non è reato; perché famosi professori hanno licenza di copiare dalle opere altrui; e perché (quasi) nessuno arriva puntualmente a un appuntamento. Si tratta di casi veri, e non di iperboli accademiche. Da leggere, e rileggere, se capite l'inglese. Da copiare, e ricopiare, se vi tocca fare un tema o una dissertazione sul carattere nazionale (Gambetta e Origgi spiegano perché non sarete puniti).  Cordialità a tutti. Giuseppe Cacciato


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 La Storia del Meridione. 

Il Merdidione (ex Regno delle Due Sicilie), dopo l’impresa dei Mille ed i forzati plebisciti del 1860 era stato annesso allo Stato in via di formazione con l’allargamento del Regno di Sardegna (e Piemonte) alla Lombardia (ottenuta a seguito della II Guerra d’indipendenza), all’Emilia e Romagna (accolti a seguito dell’autodeterminazione successiva ai moti spontanei che avevano allontanato i rispettivi governanti), all’Umbria e Marche (sottratte con un atto di forza allo Stato Pontificio) Nel decennio successivo anche il Veneto (1866) e  il Lazio (1870), a seguito di fortunosi eventi, entrarono a far parte del costituito Regno d’Italia (*), un nuovo Stato che aveva unificato regioni le cui condizioni socio-culturali erano abbastanza diverse e profonde le contraddizioni. L’unificazione della nazione, realizzata all’insegna del centralismo, evidenziò diverse entità economiche che vedeva le regioni del Nord proiettate in un processo di modernizzazione volto a sviluppareil settore industriale attraverso la meccanizzazione dei processi produttivi ed investimenti nel settore delle infrastrutture (ferrovie, strade, canali). L’agricoltura padana era evoluta e le aziende erano gestite da impresari capaci di integrare le coltivazioni con allevamenti di bestiame e caseifici.
Nelle regioni centro-appenniniche permaneva una distribuzione equilibrata della proprietà che, coltivata in mezzadria, si affidava a metodi tradizionali, corretti con procedimenti di coltivazione aggiornati ma sobri, e produceva quanto necessario.  Differente era la condizione vissuta nel regioni del Sud.


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La situazione del Meridione all'atto dell'unificazione

L’Unificazione del Meridione, come è stato illustrato nel precedente capitolo, non aveva portato alla pacificazione del territorio ma dato avvio ad una lunga e sanguinosa occupazione militare volta a sedare la ribellione che, in opposizione al nuovo Stato e sostenuta da finanziamenti borbonici, aveva coinvolto in maniera diretta o indiretta larghe fasce di popolazione fino a trasformarsi nella protesta sociale che aveva alimentato  il brigantaggio. Questo, sintomo di un male profondo ed antico, con tutto  il carattere disperato che lo sosteneva, aveva trovato alimento nell’imposizione di tutte quelle norme e leggi piemontesi, estranee al sentire della gente e tra cui ebbero un impatto dirompente la proscrizione obbligatoria di cinque anni e la mancata risoluzione dei vincoli che opprimevano un’agricoltura involuta ed improduttiva.

La guerra ad oltranza che, per quasi un decennio, il nuovo Stato combatté contro il brigantaggio con l’impiego di un esercito smisurato ed atrocità che coinvolsero indiscriminatamente comunità inermi, marcarono una profonda rottura tra le popolazioni meridionali ed  il nuovo Stato, verso cui si manifestò una avversione maggiore di quella contro  il precedente regime borbonico al punto che, secondo cronisti del tempo, se un paese straniero avesse tentato di sottrarre la Sicilia all’Italia, avrebbe ricevuto  il medesimo entusiastico appoggio di cui godette Garibaldi nell’impresa dei Mille (*). Tutto, senza che i nuovi amministratori tentassero di arrestare la diffusa corruzione e di modificare i privilegi imperanti di cui godevano le poche famiglie vicine ai palazzi del potere, in grado di ripartire in ambito familiare le cariche gestionali con cui si poteva influenzare la somministrazione della giustizia ed usurpare impunemente le terre demaniali, facendo rinascere un nuovo feudalesimo.

Il Mezzogiorno si presentava con  il volto di una società arretrata e dominata da una profonda inquietudine, assuefatta per secoli a ritmi indolenti, a sdegnare la trafila burocratica per affidarsi a procedure che consentivano transiti obliqui e maniere affidate a scappatoie. I grandi centri cittadini erano pochi,  il commercio scarso ed ancor minore lo sviluppo industriale. A parte alcune e limitate zone privilegiate coltivate ad agrumi, in agricoltura si evidenziavano i contrasti tipici del sottosviluppo dove, accanto ad immensi latifondi prevalentemente sterili in cui l’agricoltura era incredibilmente misera, esisteva una piccola proprietà sminuzzata in inadeguati appezzamenti che utilizzavano solo concimi naturali, mezzi rudimentali (aratro a chiodo) e, non applicando la rotazione agraria, ottenevano raccolti insufficienti anche nelle annate normali. L’abbandono del territorio dava origine a frane e smottamenti aggravati dai disastri arrecati da terremoti, alluvioni ed eruzioni.

Era diffuso l’analfabetismo che, puntello del precedente regime, superava  il 90% ed era prettamente agricolo. Rispetto alle altre regioni più organizzate dal punto di vista agricolo ed industriale,  il Meridione preunitario era soggetto ad una moderata pressione fiscale ed i prezzi dei generi alimentari, per evitare l’esplosione della protesta popolare, erano accortamente mantenuti bassi, perché compensati dalle rendite dei vasti beni demaniali in mano pubblica che contribuivano a mantenere a livelli trascurabili  il debito di bilancio.

Nel Meridione in genere e, nella Sicilia in particolare, sopravvivevano residui feudali in cui i contadini, mal pagati e sfruttati, ammucchiati in alloggi dove trovava spesso riparo l’animale di sostegno, vivevano una condizione disagiata, dislocati lontano dalle valli acquitrinose e costretti a limitare la loro attività a colture che non necessitavano di interventi nei periodi a rischio di contagio malarico. Le strutture industriali, tessile e siderurgico, erano concentrate rispettivamente a Salerno e nella provincia di Napoli (Pietrarsa) dove si costruivano caldaie a vapore per attrezzare locomotive e piroscafi che avevano potenziato la terza flotta mercantile (quella borbonica) più potente in Europa (dopo Inghilterra e Francia) per numero di navi e tonnellaggio.Nel Meridione infatti  il trasporto di materie prime di estrazione (solfo) o di coltivazione (frumento ed agrumi), favorito da un ampio sviluppo costiero e da un regime daziario protezionistico nei riguardi delle merci d’importazione, continuava ad avvenire, come nei secoli precedenti, per via marittima. ... continua...

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L'Italia degli ultimi 60 anni

Praticamente, si tratta della predicazione e del racconto del secolo breve, che ha consumato utopie e ideologie, da un fatidico 1947, anno d'inizio di grandi conflitti, culturali e politici, fino al 1989, anno ufficiale d'entrata nella post modernità, con l'abbandono del mito del progresso, dell'originalità e l'esplosione di un mondo della comunicazione, inimmaginabile, ancora qualche decennio prima, con un'accelerazione del fattore tempo che fa di tutto, una grande vecchiaia, una grande obsolescenza. Ogni anno che passa, sembra un secolo e tutto s'allontana, assume una data e una cifra, che fanno la differenza, mettendo in vetrina tutto ciò che velocemente va fuori pista, cessando di concorrere alla vita e al successo, che diventano entità imprendibili, enigmatiche enunciazioni di una enciclopedia ideale, sorretta da Guy Debord, da Umberto Eco, da Marshall Mc Luhan, mentre tutto viene macinato e triturato finemente, in modo che niente possa rimanere delle identità precedenti e tutto viene omologato, in una fisica dell'inconsistenza nella negazione dell'antico e nell'ambizione paradossale del museo, come meta finale di tutto e di tutti. La paura di perdita della memoria è diventata la grande nevrosi, che attraversa le menti e i corpi, per cui ogni gesto effimero ed ogni oggetto materiale, pretendono il loro posto per cui cadono le distinzioni di genere e di numero e le grandi tirature seriali, fanno da specchio agli esemplari unici, in'ambizione di sacralità, di totemica dissoluzione idolatrica. Quindi, se tutto è meritevole di storia, diventa molto difficile centrarne gli obbiettivi, visto che i contorni sono distinguibili, appena appena, sconfinando nel caos e nelle apocalissi del gesto, che si vuole travestire da genio. Leggere quattro decenni di creatività italiana è appunto il grande gioco che Cavadini, Corà e Di Pietrantonio, hanno diviso in tre spezzoni (Lissone, Milano, Bergamo) per renderlo più commestibile, partendo dagli anni del boom economico italiano, del contrasto figurazione (Guttuso) astrazione (Scialoja, Turcato), con l'irrompere di Lambretta, Vespa, Fiat 500, per concentrarsi su Burri, Fontana, Manzoni. Il punto di scambio tra un prima e un poi è stata la Biennale di Venezia del 1968, con la carica degli artisti, capeggiata da Vedova, che chiedono l'evaporazione della denominazione d'artista e l'ingresso dell'operatore estetico. Ma per fortuna lo scherzo è durato poco, così che l'artista ha potuto riprendere il suo posto e il suo ruolo, aprendo le porte ad un eclettismo, da nomadi, da camaleonti (che si chiameranno Chia, Cucchi, Paladino, De Maria) e tutte le porte si potranno aprire senza paura che possa entrare un estraneo, con cattive intenzioni, mentre a dispetto del suo scioglimento ufficiale, nel 1972, è rimasta viva e vitale l'arte povera, di Pistoletto, Merz, Fabro e gli altri, aprendo le porte ai vari Cattelan e Beecroft, in più di trecento quadri, sculture, installazioni, video, architetture, design, cinema, moda, televisione a testimoniare la caduta di tutti i veti disciplinari, sulle vie della ricerca e della sperimentazione, con cui possono stare anche le tradizioni e la continuità di poetica e di forma, che vengono da lontano.
Mettere a frutto, una disseminazione così grande, non è facile, eppure questa mostra riesce nel'intento, di fare vedere e di fare leggere, una fenomenica ricchissima di avvenimenti e di protagonisti di un sistema dell'arte, che è sistema produttivo e commerciale, senza che venga intaccata la singolarità che fa scaturire il coro, che è fatto di messa a complemento dell'irriducibilità, come quella di Carmelo Bene, di Gabriele Basilico o di Gino De Dominicis, che hanno confermato la vitalità dello stivale, che sebbene rivolto all'ingiù, come nell'opera di Fabbro, Italia d'oro, non ha perso la testa, né il portafoglio, ma neanche il cuore, che in cose come queste è, assolutamente necessario. Francesco Gallo


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Il Sud dell'Italia é la zona più povera d'Europa

Sud Italia : povero, più povero, poverissimo. Questo  il titolo, a quattro colonne, di un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista americana Newsweek che afferma, dati alla mano, che se  il sud Italia fosse un paese a sé stante sarebbe  il più povero tra i 25 paesi della Comunità Europea. I dati sono quelli ottenuti da due studi:  il primo di Maurizio Bonati del Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano,  il secondo di Giorgio Tamburlini dell’Istituto per l’infanzia Burlo Garofolo di Trieste.

Maurizio Bonati ha pubblicato  il libro “Nascere e crescere oggi in Italia” che fotografa, puntando l’obiettivo sulla salute dei bambini e delle madri, la qualità della vita nelle regioni Italiane. Dai dati risulta che le regioni del sud Italia sono quelle in cui si nasce di più ma anche quelle in cui  il tasso di mortalità nel primo mese di vita è più alto: Basilicata e Calabria fanno registrare  il record negativo di mortalità infantile con 5,7 morti su 1000 nascite; questo tasso di mortalità è quattro volte maggiore che nei paesi del nord Europa e doppio rispetto agli altri paesi europei dell’area mediterranea. Anche  il tasso di povertà è tra i più bassi d’Europa, dove per povertà non si deve intendere solo quella materiale ma anche quella culturale.  Il sud continua ad avere  il 24 per cento di evasione scolastica e  il più alto tasso di lavoro nero.

Ma la situazione è proprio così grave? “Se si fa riferimento ai dati che abbiamo raccolto la risposta è sì”, dice Maurizio Bonati. Il sud Italia ultimo tra i 25 paesi dell’Unione, più indietro anche dei paesi dell’est? “Sì; normalizzando i dati relativi al prodotto interno lordo, alla qualità della vita, all’occupazione, alla ricchezza prodotta  il sud Italia è  il fanalino di coda”, continua Bonati. Eppure sembra difficile credere che questo sud continui ad essere fanalino di coda, prima dell’Italia ora addirittura dell’Europa. Difficile credere che una terra così bella e ricca di cultura sia un posto in cui la qualità della vita è bassa.

Meglio  il caos e la vita di una grande città del nord o la tranquillità di un piccolo centro del sud, come stabilirlo? Se lo chiedessimo a persone diverse probabilmente avremmo risposte diverse. Cosa stabilisce e si intende per qualità della vita? “Bisogna distinguere tra percezione della qualità della vita e qualità della vita. Un conto è preferire di vivere in un posto piuttosto che in un altro perché ci si sente meglio, un altro conto è avere gli stessi diritti, le stesse strutture, le stesse possibilità in qualunque posto una persona decida di vivere”, continua Maurizio Bonati. “Al sud mancano gli asili, mancano i centri sociali di ritrovo per gli anziani, mancano dei centri ospedalieri in alcune zone e spesso la qualità dei servizi è bassa. Probabilmente l’anziano di Palermo ha esigenze diverse dall’anziano di Milano, ma prima di entrare nella valutazione delle esigenze specifiche che differenziano le regioni tra loro, bisognerebbe stabilire quali sono i servizi comuni a tutte e che devono essere istituiti con la medesima efficacia dappertutto: in Italia è questo che manca, mancano dei principi strategici nazionali”, afferma Bonati.

Nelle regioni italiane è già in atto la Devolution e proprio la Sanità è stata oggetto di riforme negli ultimi anni. L’autonomia regionale potrebbe essere un importante mezzo per fare degli interventi mirati; l’Italia è diversa e ha realtà diverse, non si possono applicare le stesse misure ovunque. Lei cosa ne pensa? “La Devolution in sé ha la sua ragionevolezza, ma non può essere messa in atto prima che si stabiliscano dei criteri comuni a tutta la nazione. Questo è quello che succede oggi e che crea, visti i dati che la nostra inchiesta ha rilevato, non solo degli squilibri ma delle reali situazioni di povertà”, ha concluso Bonati. Emmanuele Grassi


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TURISMO E CULTURA

Oltre la metà del patrimonio storico-artistico del mondo si trova nel nostro Paese (dati UNESCO), visitabile in centinaia di siti archeologici e in oltre 3000 mila musei diffusi su tutto il territorio . Un patrimonio inestimabilema anche  la testimonianza del cammino della civiltà.

L'Italia meridionale è ricca di vestigia della Magna Grecia, dalla Valle dei Templi ad Agrigento alla città di Selinunte in Sicilia , fino a Pestum e al fascino omerico dei Campi Flegrei, in Campania. Rilevanti sono anche le testimonianze del popolo più misterioso, gli etruschi che hanno lasciato numerose necropoli in Lazio e Toscana (Cerveteri), Tarquinia eVolterra. Ma l'Italia archeologica è soprattutto "romana". Tracce della Roma repubblicana non mancano, ma è l'età imperiale ad aver lasciato grandi vestigia, come i Fori dell'Urbe, il Colosseo, il Pantheon e i siti di Pompei ed Ercolano, le città consegnateci immutate dalla terribile eruzione del Vesuvio nel 79 D.C. Siti questi di tale fama e grandiosità da oscurarne molti altri, sparsi lungo tutta la Penisola . La decadenza di questo grande periodo storico e L  tempo stesso le origini  di un altro, sono testimoniate a Ravenna, dai mosaici di Teodorico e di Galla Placidia e ad Aquileia e Grado, dalle ghranci  basiliche paleocristiane, erette in rottura, ed al  tempo stesso in continuità, con i simboli imperiali. Intanto, nelle aree costiere i Saraceni, con i saccheggi,

porteranno anche nuove architetture (cuole maiolicate, torri ingentilite in Campania, sontuosi palazzi in Sicilia), prologo, secondo alcuni delle imponenti fabbriche romaniche e gotiche del Centro -Nord comunale e dei castelli normanno-svevi di nuovo Sud. Centrale nel Medio Evo sarà il fervore religioso-monastico, che lascerà testimonianze immortali in tanti conventi ed eremi sulle vie per l'Urbe (la via Francigena è sicuramente la più famoasa. In Toscana, Giotto "creerà" la pittura in senso moderno, esportandola in quasi tutta la Penisola basti pensare alla Basilica di San Francesco ad Assisi o alla Cappella degli Scrovegni a Padova). Sempre dalla Toscana, uomini come Lorenzo dei Medici, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Filippo Brunelleschi, Sandro Botticelli e tanti altri, daranno vita al  Rinascimento, movimento culturale tra i più entusiasmanti della storia dell'umanità che, prima di influenzare il mondo intero, riempirà Firenze e l'Italia di splendidi capolavori, tra cui la cupola di San Pietro e gli affreschi della Cappella Sistina a Roma. Una via veneta alla "rinascita"artistica sarà poi rappresentata da Palladio e dal suo numeroso insieme di ville, appendice sulla terraferma dello splendore  e della ricchezza di Venezia con i suoi canali, le sue chiese ed i suoi palazzi. Nel Seicento, l'Italia saprà anche "emanciparsi" dal Rinascimento paradigma assoluto di questo processo sarà il Caravaggio, che rivoluzionerà del tutto la pittura, con un uso della luce, diremmo oggi, "cinematografico" e con un realismo del tutto inedito.

Con il barocco, Roma vivrà una grande stagione, e dopo i capolavori rinascimentali di Michelangelo e Raffaello, farà da scenario alla roboante fantasia creativa di Bernini e Borromini eterni rivali e creatori di due tra le grandi scuole artistiche barocche italiane le cui testimonianze sono sparse su tutta la penisola. Il secolo XVIII vedrà la massima ascesa e l'iniziale decadenza di Napoli, all'epoca seconda città europea dopo Parigi e il primo embrione di unità nazionale sotto Napoleone.




Una Regione Italiana da conoscere : Il Molise (Nicola Franco)

La storia del Molise é stata scritta da altrrove.   Qui vi propongo un breve sguardo su alcuni tratti storirici di questa regio
ne. Se non avete mai letto la storia del Molise, oppure se siete nato all'estero, oppure siete un lettore curioso di conoscere questa regione prima di visitarla, questa pagina é per voi.  Se date uno sguardo ad una carta geografica d''Italia, noterete che il Molise é circondato dalle provincie degli Abruzzi, del Lazio, della Campania e delle Puglie,menytre a l'est s'affaccia sull'Adriatico. La regione fu abitata dai Sanniti, occupata dai Romani e, più tardi, subì le pressioni o le influenze d'altri popoli, tra cuii Normann i e gli Spagnoli. Più del 55%del Molise é un territorio montagnoso e le poche pianure si trovano lungo il litorale e lungo il percorso dei fiumi Biferno e Trigno. Eppurele montagne molisane sono attraenti. Gl'Italiani l'hanno capito subito e ci  vanno per sciare durante i mesi invernali(Monte Meta : 2185m;Monte Mileto : 2050m), oppure per rifarsi la salute(Capracotta, Pescopennataro, Campitello) in estate.  Una delle caratteristiche del Molise, sono i numerosi paesetti sparsi sulle colline e sui fianchi delle montagne. Spesso questi paesetti hanno conservato i tratti dei borghi medievali, circondati da mura e torri; ea volte hanno conservatopure plazzi principeschi. La popolazione del Molise é anzitutto una popolazione d'agricoltori, addetti alla produzione cerealicola, dell'oliveto e della vigna.A volte rimarreste incantati d'udire i dialetti della regione ed anche sorpresi d'incontrare il dialetto albanese e serbo-croata, risultati evidenti di migrazioni spontanee. Il Molise, benché sia una regione amministrativa modestaterritorialmente, é anzitutto carica di storia e di bellezze naturali.Ma il suo maggior tratto é quelloessere abitato da un popolo semplice e generoso.